Sveppi

Storico laboratorio di prove di cortocircuito Sveppi è diventato un centro di competenza mondiale per test di scariche ad alta tensione (di Edoardo Vigna)

Si. Può. Fareee!». Tralicci, enormi interruttori di alta tensione (così si chiamano quella specie di colossali “bobine” di porcellana color marrone), trasformatori di corrente. Sopra di loro, un cielo nero,carico di lampi e pioggia. Non può non venire in mente il “dottor Frankenstìn” cinematografico di Mel Brooks che invoca i fulmini per dar vita alla sua “creatura”.
Anche perché qui, alle porte di Scorzè, nella campagna alle spalle di Mestre, vive, in effetti, un’eccellenza tecnologica della provincia italiana profonda, che, in 60 anni, grazie alla capacità di domare le scariche ad alto voltaggio,ha saputo trasformarsi e dar vita a nuove, sofisticate “creature” con cui puntare ai mercati globali – dall’India alla Cina –, sfruttando il fatto d’essere diventata parte di una multinazionale (Siemens).

Sveppi, si chiama, acronimo che, per intero, più prosaico non potrebbe suonare: Stazione veneta per prove di potenza su interruttori. «Negli Anni 50 era della Sade, la Società Adriatica di Distribuzione dell’Energia Elettrica», spiega Giuseppe Canonico,ingegnere di 52 anni, una delle memorie storiche dell’impianto (ci lavora dal ’91) oltre che attuale manager. «Questo fu il primo laboratorio italiano fisso di prove di corto circuito, costruito accanto alla sottostazione (il ganglio periferico della rete, ndr) che convogliava qui l’energia proveniente dalle centrali del Cadore, della valle del Piave (vi arrivava anche quella dell’invaso del Vajont, ndr) e della costiera adriatica».
Il punto di partenza è che le apparecchiature elettriche vanno testate nelle diverse condizioni per verificarne le prestazioni. «Quella è la “sbarra” da cui riceviamo l’energia dalla sottostazione di Terna qui accanto, per effettuare le prove», indica Canonico; «quelli (indicando i cilindri marroni alti più di due metri, ndr) sono gli interruttori di alta tensione che usiamo per aprire e chiudere il circuito per il test, che dura da 100 millisecondi a 3 secondi; quella specie di “palombaro” è invece un trasformatore di corrente; accanto c’è poi il trasformatore di tensione.
Là in fondo, un divisore di tensione(una sfera metallica in cima a un palo che somiglia molto a una strobosfera, la“palla” da discoteca Anni 70, ndr)».

Inutile entrare nel dettaglio tecnico: si tratta di tutte quelle apparecchiature che si trovano nelle sottostazioni elettriche, le cabine della rete, dagli snodi più grandi (mondoTerna) a quelli più vicini alle case e alle aziende (per semplificare, mondo Enel). Sveppi verifica che gli oggetti in prova funzionino sotto ogni sollecitazione. Se ne può fare una ogni qualche minuto, a seconda della potenza (più è forte, più gli organi hanno poi bisogno di raffreddarsi); significa che si possono accumulare una decina di prove in un’ora, un paio di centinaia in una giornata.
Al cuore del laboratorio, tre grigi cilindri – alti un paio di metri – dall’aspetto innocuo e un po’ datato. «Sono trasformatori monofase per prove di cortocircuito che hanno una potenza enorme: 500 Mva l’uno», spiega Canonico, con rispetto e trasporto, come stesse parlando di un vecchio prozio. «Sono un pezzo di storia elettrotecnica italiana, furono installati alle origini di Sveppi».
Funzionano ancora, nella loro assoluta semplicità: servono per gestire l’aumento o la riduzione della tensione e sono, fatte le proporzioni, del tutto simili ai trasformatori che muovevano i trenini – se qualcuno li ricorda, come il sottoscritto –, un avvolgimento in rame immerso in 16mila chili d’olio minerale.Poco è cambiato, in tal senso. Ma in questa storia, che affonda nella Storia dell’Italia,moltissime sono state invece le metamorfosi. C’era, dapprima, un Paese uscito a pezzi dalla Seconda guerra mondiale, tutto da rimettere in piedi, a partire dalla rete elettrica. «Sade era proprietaria anche delle Officine Elettromeccaniche Galileo di Battaglia Terme,che dai sistemi bellici di puntamento, accanto alle apparecchiature meccaniche, passarono a produrre anche quelle elettriche», aggiunge Canonico.
Fu solo l’inizio di un percorso. È affascinante il racconto che ne fa Giacomo Cordioli, ingegnere elettrotecnico di 62 anni, con un passato da “capo” di Sveppi (e di Canonico) e un presente da consulente.
«Nel ’73, dalla fusione delle Officine con l’azienda Magrini, nacque la Magrini Galileo, dove io sono entrato appena laureato, nel ’78. Nel 1984 acquisirono tuttoi francesi della Merlin Gerin; poi i laboratori finirono nell’orbita di Schneider Electric e, nel 2001, della Va Tech (austriaca, ndr), a sua volta acquisita da Siemens».

La sfida della Casa madre.

Passaggi non sempre indolori, che però il Laboratorio Sveppi ha attraversato sempre seguendo la sua stella polare. «Nel 2007, prima che cia cquisisse Siemens», ricordano insieme Canonico e Cordioli, «con la Magrini Galileo di fatto non operativa, il laboratorio era chiuso. Un gruppo di persone (tra cui, ovviamente,loro due, ndr) ha fatto sì, quasi di soppiatto, che non fosse abbandonato a se stesso e agli insulti del tempo. E dimostrasse che quelle competenze non potevano sparire, ma, al contrario, avevano un mercato».
A cogliere il potenziale, una multinazionale tedesca: la Siemens. «La Casa madre ci ha creduto», racconta Maurizio Messi, anche lui arrivato fin qui «passando dalla Magrini e dalla Schneider», e ora a capo – alla sede di Milano – della Smart Grid Service Division di Siemens, che si occupa delle soluzioni intelligenti per le città, a cui il laboratoriofa riferimento. «Dal 2008 Sveppi è diventato un laboratorio di prove al servizio di tutti i produttori di apparecchiature elettriche, ma, soprattutto, un polo che sta sviluppando anche altre attività proprio a partire da queste competenze».


Nel cortile, sotto il cielo nero, si lavora intorno a un apparecchio a forma di arco lungo una decina di metri appeso a due pali. Domani, a vedere il test, arriverà dalla Sicilia il produttore, insieme con il cliente, che invece viene da Riyad. «È una “sospensione a v”, un isolatore per linea elettrica aerea: ha una forma particolare, date le esigenze delle reti dell’Arabia Saudita», spiega Canonico.
Si simulerà quello che può avvenire durante la caduta di un fulmine, per capire se una volta superato lo “shock” l’apparecchio tornerà a funzionare come si deve. «Somiglia a una esplosione prolungata nel tempo».

Centro di competenza mondiale.

Fino a qualche anno fa, al laboratorio Sveppi si testavano soprattutto interruttori di alta tensione (sempre quelli di porcellana marrone). L’ingresso di Siemens l’ha portato sul mercato delle prove: così, gran parte dei costruttori di apparecchiature elettriche – piccole e medie aziende venete,lombarde, toscane, marchigiane, siciliane – vengono a Scorzè a sottoporre a esame i loro prodotti. «Oggi, poi, la tipologia di business che sta crescendo di più è quella dei trasformatori di media tensione, usati per le connessioni del mondo rinnovabile alla rete elettrica, a cominciare dal fotovoltaico», precisa Messi. «Anche se la grande novità è un’altra. Abbiamo sviluppato un prodotto che permette di fare, in remoto, monitoraggio e diagnostica delle apparecchiature installate negli impianti».Semplificando, interruttori, scaricatori, trasformatori di potenza nelle cabine in giro per l’Italia (e poi nel mondo) possono essere tenuti sotto controllo a distanza grazie a un modulo (a vederlo sembra più che altro uno scatolotto) programmato per valutare i dati che arrivano via internet dalle macchine: l’azienda fornitrice risparmia così di inviare squadre di tecnici per fare controlli routinari, e può evitare gran parte dei fuori servizio non programmati, con le conseguenti penalizzazioni economiche. Queste nuove applicazioni costano 5-10mila euro, laddove un trasformatore di potenza vale anche mezzo milione di euro. «Li stiamo proponendo in India, alla Tata, in Australia, in Gran Bretagna. E così Sveppi è diventato centro di competenza mondiale all’interno di Siemens, in questo campo»

È il settore in cui Sveppi punta a crescere esponenzialmente: «Nei prossimi anni,anche 5-10 volte rispetto ai ricavi di oggi, pari a 6-700 mila euro, che sono un terzo dell’attività di prove del laboratorio». Il coinvolgimento di partner esterni, in Liguria e in Veneto, per questi progetti, oltre alle collaborazioni avviate con varie università per studi applicativi, completano il quadro. È proprio come diceva il dottor Frankenstìn davanti alla scarica elettrica che dava vita alla creatura: anche qui, in uno sperduto laboratorio storico della provincia profonda, «Si. Può. Fareee!».